La prova del Google Nexus One

Alcuni giorni fa parlavo di Android e finalmente ho provato il Nexus One.

Lo uso ormai da quattro giorni, e non mi sta facendo rimpiangere l’iPhone. A livello estetico il cellulare di Google, costruito da HTC, mi piace parecchio.

L’aspetto grafico del sistema operativo è assolutamente piacevole, rispetto alle versioni precedenti che ho provato. Il Nexus One monta la versione 2.1 di Android, ed un processore molto potente, simile a quello prodotto da Apple e utilizzato per il nuovo iPad.

L’integrazione dei servizi Google è ottima, Gmail, GTalk, il calendario e i contatti si configurano e sincronizzano in un attimo. Per gli utenti americani è disponibile anche Google Voice. All’avvio, a differenza dell’iPhone, è necessario impostare i parametri per la connessione dati dell’operatore utilizzato.

Grazie all’uso di DoubleTwist la sincronizzazione di musica e playlist da iTunes è abbastanza facile.

Per quanto riguarda la batteria, mi pare che la durata sia leggermente maggiore rispetto all’iPhone, ma comunque entrambi con un uso intenso fanno fatica ad arrivare a sera… Disattivando la sincronizzazione automatica dei servizi Google si può risparmiare un po’ di batteria.

La fotocamera ha prestazioni nettamente migliori rispetto a quella dell’iPhone, anche grazie alla maggiore risoluzione. Meglio disattivare il flash, che non contribuisce a migliorare la qualità delle immagini.

La tastiera a schermo è leggermente meno precisa rispetto a quella del telefono Apple, ma diventa più utilizzabile se si ruota il telefono, allargando la tastiera a schermo.

Non uso molto il cellulare per le chiamate voce, ma nei pochi minuti in cui ho parlato la qualità mi è sembrata ottima. Il traffico dati è estremamente veloce.

Il telefono non è dotato di multitouch (si tratta della versione US, quella europea dovrebbe avere attivato il supporto per il pinch nel software), ma l’utilizzo del touchscreen è estremamente facile. Il browser è al livello di quello iPhone, così come lo sono le mappe. In più è presente un sistema di navigazione per automobile.

Ultima considerazione sul market, dove ho trovato tutte le applicazioni che mi servono, mentre a livello di giochi la disponibilità è incredibilmente più ridotta rispetto all’App Store.

Anche Luca ha provato il Nexus One e le sue considerazioni sono tutto sommato simili alle mie.

Realtà aumentata e conferenze

Sulla strada per il DLD 2010, una conferenza a cui parteciperò questo fine settimana, ho scaricato una applicazione iPhone che è stata rilasciata dagli organizzatori dell’evento.
La prima applicazione di questo tipo è stata offerta al pubblico, che io sappia, in occasione di LeWeb a Parigi (dicembre 2009). Gli obbiettivi di un’iniziativa di questo tipo sono naturalmente di marketing, infatti è una società terza che sviluppa il prodotto, come attività promozionale.
Le funzionalità dell’applicazione DLD sono abbastanza semplici, oltre a consultare il programma è disponibile una biografia dei partecipanti (con una foto che ne semplifica il riconoscimento nei corridoi). Inoltre è possibile accedere ai video degli interventi.
Le applicazioni lanciate in preparazione di un evento fisico  sono un mercato che conoscerà una grande espansione. Dalla conferenza al festival musicale o culturale la possibilità di offrire un supporto durante gli eventi presenta molti vantaggi. Ci si può preparare in maniera più efficace all’evento, offrendo un servizio in più ai partecipanti, e dall’altro lato si possono offrire servizi sociali agli utenti stessi, con un vantaggio per gli organizzatori, che riescono ad aggregare una community che va oltre i giorni dell’evento, restando attiva nel tempo. Un gruppo esclusivo sui social media riservato ai partecipanti è anche un ottimo modo per promuovere prossime edizioni dell’evento.
Questo tipo di applicazioni rappresentano una sorta di realtà aumentata: arricchiscono l’esperienza dell’utente apportando ulteriori informazioni, un po’ come fa wikitude (una delle mie applicazioni preferite nel 2009) con le mappe e con la fotocamera.

Sostituire l’iPhone con Android

Come ho già scritto penso che il 2010 sarà l’anno di Android: nuovi cellulari basati sul sistema operativo Google, moltissime nuove applicazioni disponibili nello store e, non ultima, la disponibilità delle più recenti features introdotte da Google contribuiranno parecchio al successo di questa piattaforma.

L’iPhone è il vero antagonista di Android, oltre all’interfaccia e all’usabilità il successo del dispositivo Apple è senz’altro legato alla convergenza con il player mp3. Un unico dispositivo in tasca è la soluzione vincente, anche se troppe funzioni insieme pongono problemi di durata della batteria. Nokia ha da tempo capito questo approccio, ma ha fallito clamorosamente sia nel fornire un valido supporto per la riproduzione musicale, oltre che nel design dell’interfaccia dei propri cellulari.

Se Android vuole tenere il passo dell’unico antagonista che ha sul mercato deve colmare questo gap. Da tempo sto provando a sostituire l’iPhone con un cellulare Android ma sono costretto a portarmi in tasca anche un iPod nano. La forza della piattaforma composta da iPhone + iTunes sta nella piattaforma seamless: la sincronizzazione di musica e playlist avviene in maniera totalmente trasparente per l’utente.  L’esperienza musicale sul laptop (ed anche su tutta la rete casalinga grazie al servizio Home Sharing – ancora migliorabile) è ottima. L’integrazione con il sistema operativo è ancora più comoda: pone evidenti problemi di chiusura della piattaforma (specie verso produttori concorrenti), ma rende l’esperienza incredibilmente migliore.

Esistono per Android soluzioni terze, come DoubleTwist, che richiedono l’installazione e configurazione di programmi esterni. Cosa aspetta Google a lavorare su questo punto, per migliorare ancora di più un sistema operativo che per il resto uso con soddisfazione?

Lean startups

Fare una startup vuole dire, specialmente nel web, ottimizzare un processo: basta pensare all’ecommerce o a servizi web come google docs, dropbox. Ridurre i costi marginali (gli spazi reali di esposizione dei prodotti, il costo delle licenze software) per ottimizzare un processo. Spesso capita che lo stesso processo di startup possa essere ottimizzato, e così è nato il movimento che parla di lean startups. All’origine del nome c’è un libro, pubblicato alcuni anni fa negli Stati Uniti (disponibile in italiano) e che si riferisce in generale alla gestione e direzione aziendale.

I vantaggi di un processo lean non sono esclusivamente economici, ma coinvolgono anche il raggiungimento degli obiettivi del progetto. Il cuore di queste metodologie sta nell’utilizzo di tecnologie aperte e in una sorta di ossessione verso lo user centered design. Per quanto riguarda le tecnologie aperte e lo sviluppo agile penso che ormai siano piuttosto diffusi, e non solo tra le start-up. In Mikamai preferiamo usare Ruby e uno stack libero ed open source per realizzare i nostri progetti; lo stesso fanno ormai la maggior parte delle aziende con le quali ci veniamo ad interfacciare.

Eliminare gli sprechi va oltre il costo delle licenze e l’utilizzo di tecnologie open source: il concetto di lean deve essere applicato anche alla progettazione. Quando vedo servizi nuovi, sia che siano già realizzati oppure ancora sulla carta spesso incontro questo problema: si tende a progettare troppe funzionalità, anticipando i reali bisogni dell’utente. Progettare feature che il cliente non vuole, o che comunque non saranno utilizzate a breve è inutile e rappresenta un costo che è bene evitare. Quando si parla di low burn (riduzione ed ottimizzazione dell’utilizzo del capitale) non ci si riferisce solo ai costi fissi rappresentati magari dalla sede o dallo staff, un buon aiuto può venire anche da un progettazione concentrata in forma quasi ossessiva sui bisogni dell’utente.

L’esempio cui guardare è ancora una volta Twitter: un servizio che si è presentato al pubblico con un numero di feature assolutamente ridotto, senza offrire nulla più di quello che serviva all’utente. La possibilità di migliorare l’infrastruttura e offrire nuovi servizi ci può essere anche in un secondo tempo. Meglio avere un’infrastruttura insufficiente messa in difficoltà dal numero di utenti che la utilizzano che una cattedrale nel deserto (provate a pensare al confronto tra twitter e il megasito italia.it… )

La vostra startup è lean?