Ho giocato un po’ con Google History, un servizio di Google che quattro anni fa vedevo come un nemico della privacy e che poi si è rivelato spesso utilissimo.
Negli ultimi giorni più volte mi sono occupato degli strumenti che uso ogni giorno per filtrare le informazioni che mi arrivano tramite la Rete. Sono passato da un comportamento attivo ad uno (più) passivo: dal cercare attivamente frammenti di informazione che mi interessano, ora mi sento di tendere ad aspettare e a ricevere da altri le informazioni, filtrate dai miei contatti, dalla mia rete sociale.
Per verificare questa impressione, ho deciso di raccogliere i dati sul numero delle queries da me eseguite su Google, grazie a Google History.
Ecco il risultato negli ultimi mesi:

È facile vedere un calo, lento ma deciso, del numero di ricerche effettuate ogni mese. Parallelamente ho preso alcuni campioni di stringhe inserite in Google, notando che il numero medio di parole che compongono la query è salito da 2.3 a 2.8: come se il mio comportamento sul motore sia più indirizzato verso la ricerca di un dato (o una pagina) preciso, invece di un browsing dell’informazione disponibile.
Contemporaneamente ai cambiamenti descritti da queste osservazioni è cresciuto il numero di link da me cliccati sui social network (purtroppo devo affidarmi a una sensazione, non potendo estrarre numeri precisi). La rete dei miei contatti forma un filtro sociale più utile dell’indice semantico per indirizzarmi nelle mie letture. Ed infatti in questi mesi è crollato l’uso che faccio del lettore RSS.